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Adversaria Philologa (III)

  • Scevola Mariotti

Riassunto

Il dialogo fra Anfitrione e Sosia che costituisce la prima scena del secondo atto dell’Amphitruo s’immagina avvenuto sulla strada fra il porto e la città2. Sul finire della scena Anfitrione si appresta ad accertarsi se ci sia o chi sia l’altro Sosia di cui lo schiavo gli ha parlato (628): Sequere bac igitur me, nam mi istuc primum exquisitost opus. Seguono nei codici quattro versi (629–632) che si leggono comunemente così: sed vide ex navi efferantur quae imperavi iam (iam imp. codd., transp. Bothe) omnia./SO. Et memor sum et diliger, ut quae imperes compareant;/non ego cum vino simitu ebibi imperium tuum./AM. Utinam di faxint, infecta dicta re eveniant (rete veniant codd., corr. Camerarius) tua. Si inizia poi la nuova scena con il canticum di Alcmena uscita di casa (633 sgg.).

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Riferimenti

  1. 2.
    Cfr. Leo, Gesch. d. röm. Lit., I 132 n.; A. Thierfelder, De rationibus interpolationum Plautinarum, Lipsiae 1929, 125 sg.Google Scholar
  2. 4.
    sarà ispirato a Plaut. Persa 170 quamquam ego vinum bibo, at mandata non consuevi simul bibere una, citato dal Leo in apparato. — Di questa seconda contraddizione giudica ora diversamente E. Paratore in Plauto, Amph., Firenze 1959, 15.Google Scholar
  3. 5.
    L’ipotesi del Langen, accettata dal Leo, che l’interpolazione abbia fatto cadere il genuino finale della scena, in cui Anfitrione avrebbe mostrato di notare l’entrata di Alcmena, contrasta col fatto evidente che ancora al v. 654 Anfitrione non s’è accorto della presenza della moglie. Aggiungo qui che il Thierfelder, pur preferendo l’ipotesi dell’interpolazione, non esclude del tutto che 629–632 siano un’aggiunta di Plauto al modello. A un Plauto «interpolatore» così maldestro noi non ci sentiamo di credere.Google Scholar
  4. 6.
    Per ridurre al minimo i ritocchi a questo verso, del resto lievi, si potrebbe pensare a correggere solamente il ret dei codici in ne anzichè in re (la posizione del ne non farebbe difficoltà); ma il re[t] del Camerarius sembra intuitivo. Cfr. Ribbeck, Die röm. Tragödie im Zeitalter der Republik, Leipzig 1875, 464 e 49. Sul passo di Cicerone è ritornato di recente C. Del Grande, TpaycAta, Napoli 1952, 189 sgg.Google Scholar
  5. 7.
    Cfr. Wilamowitz, Eur. Herakles, I4, 153 e n. 62.Google Scholar
  6. 8.
    Cfr. il commento all’Agamennone di Ed. Fraenkel, Oxford 1950, p. 370 sg. Non sappiamo se l’autore della 67c66eaiç si fondò su effettive rappresentazioni del dramma, ma certo dovette avere presenti tarde consuetudini teatrali.Google Scholar
  7. 10.
    I. Rutgersii Variarum lectionum libri sex, Lugduni Bat. 1618, 432 sg.Google Scholar
  8. 11.
    A. Meineke, FCG. IV, 1841, p. 194 sg.; ed. min. 1847, p. 948; A. von Mess in Rhein. Mus. 53, 1898, 484; E. Hermes, ediz. di Sen. Diall., Lipsiae 1905, ad loc.; S. Timpanaro jr. in Anzeiger f. Altertumswiss. 5, 1952, 212.Google Scholar
  9. 12.
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  10. 13.
    H Dahlmann in Hermes 76, 1941, 100 sgg. e nell’ediz. del dialogo, München 1949, 80 n. 4.Google Scholar
  11. 14.
    Così giustamente, fra gli altri, il Timpanaro, 1. c. 211 sg.Google Scholar
  12. 15.
    In St. it. fil. cl. n. s. 27–28, 1956–57, 77.Google Scholar
  13. 18.
    Secondo il Cataudella, 1. c. 80 sgg. il nostro si riferirebbe al famoso luogo omerico Z 146 sgg. nep púa).wv yevri ecc., probabilmente caduto dopo dubitem, mentre exigua pars con quel che segue apparterrebbe di nuovo a Seneca. Ma il contesto del dialogo esige qui non una yvW1.ol sulla brevità della vita, contraria alla tesi svolta da Seneca, ma una che rilevi la brevità del tempo effettivamente,vissuto` rispetto alla durata della vita materiale (cioè per l’appunto,exigua pars est vitae qua vivimus`). Un pensiero del genere è estraneo a Omero e alla sua età.Google Scholar
  14. 17.
    In generale basti citare D. Comparetti, Virgilio nel medio evo, Firenze 18962, I 5.Google Scholar
  15. 18.
    L. A. Senecae Philosophi Opera omnia quae supersunt recogn. et illustr. F. E. Ruhkopf, I, Lipsiae 1797, 495.Google Scholar
  16. 19.
    L’altra sua proposta (m. p. (mimicorum)) dev’essere scartata perchè si fonda su un’erronea lettura di vita b. 27, 2 mimicorum poetarum, dove invece è tramandato giustamente comicorum p. Chi volesse tener fede alla soluzione euripidea del Meineke potrebbe pensare a (tragicorum) invece di (comicorum), ma difficilmente potrà rendere verosimile che Seneca pronunciasse con questa formula un verdetto di superiorità. Per Virgilio, Ovidio, Plinio il Vecchio il poeta tragico per eccellenza, il tragici cothurni princeps è Sofocle, e Quintiliano lascia incerto se la palma della tragedia spetti a lui o ad Euripide (cfr. Schmid-Stählin I 2, 504). Dunque un simile riferimento anonimo di Seneca sarebbe rimasto praticamente incomprensibile ai lettori.Google Scholar
  17. 20.
    Dati in RE. XV 715 sg. (Körte).Google Scholar
  18. 21.
    L’errore era ulteriormente facilitato dal’rob“ ßiou del verso precedente.Google Scholar
  19. 22.
    Ammessa per es. da L. Castiglioni in L. A. Sen. Dialogorum 11.IX—X, Aug. Taur. 1948, ad loc.Google Scholar
  20. 23.
    Per l’uso di gnomologii in Seneca vedi soprattutto epist. 115, 14 e cfr. A. Elter, De Gnomologiorum Graec. historia atque origine, III, in Progr. Univ. Bonn. 1893, 111. Da Menandro, fr. 354, 2 K.-Th. sembra derivata anche la sentenza aliquando et insanire iucundum est in tranq. an. 17, 10 (introdotta con sive Graeco poetae credimus), ancora probabilmente attraverso un gnomologio e ancora con l’utilizzazione soltanto parziale di un testo che nella tradizione gnomologica appariva in forma più completa (cfr. Clem. Alex. strom. 6, 2 ed Elter, De Gnomol. Graec. bist. atque orig. commentationis ramenta in Progr. Univ. Bonn. 1897, 25). Anche in questo caso la traduzione è in prosa, come per es. in epist. 49, 12 la traduzione di Eur. Phoen. 469. I tentativi di restituire un trimetro nel passo di cui ci occupiamo (exigua vitae pars ea est quam vivimus Gertz) sono ingiustificati. u Cfr. Hense in RE. IX 2562, 39 sgg.Google Scholar
  21. 25.
    Solo l’observatio moderna è in grado di escludere categoricamente la possibilità di (3íou monosillabo (il materiale sulla consonantizzazione di t è raccolto e studiato da L. Radermacher in Sitzber. d. EVien. Akad., phil: hist. Kl. 170, 9. Abh., 1912, 3 sgg. e in Philol. 84, 1928, 257 sgg.). In generale è chiaro che più o meno sottili esigenze prosodico-metriche dovevano passare in secondo piano di fronte alla creduta autorità della tradizione. Per es. Diodoro 12, 40, 6 trascrive Ar. Pax 605 nella stessa forma, scorretta anche per ilGoogle Scholar
  22. 26.
    All’aspetto paradossale della yvc;)1.1.7 si riferisce il more oraculi di Seneca. Cfr. anche epist. 94, 28 qualia sunt illa aut reddita oraculo aut similia:,tempori parce`,,te nosce`.Google Scholar
  23. 27.
    La accolgono il Riese e il più recente editore di Vespa, F. Pini (Roma 1958 ). Coquina legge anche il Gudeman in Thes. 1. L. IV 924, 80, ma riportando il passo sotto coquina sostantivo e quindi rendendolo quasi incomprensibile (cfr. anche il commento del Pini ad loc.). Il Wernsdorf aveva proposto dubbiosamente ingrata culina (PLM. II p. 232 con l’aggiunta relativa nella prefaz. al vol. VI 2), ma il vocativo ingrate, ottimo per il senso, non può esser toccato (cfr. anche 53 improbe). Non meritano considerazione le artificiose congetture del Barth (Cylindre o Cul-, nome comico di cuoco) e dello Stowasser (cumind(i), dalla latinizzazione di xó in and s).Google Scholar
  24. 28.
    Per gli errori di minuscola in A cfr. ora R. Lamacchia in Rendic. Lincei, sc. mor., ser. 8, 13, 1958, 259 e n. 8.Google Scholar
  25. 29.
    Spiegato giustamente, contro Gell. 13, 31, 16 sg., dal Bücheler in Rhein. Mus. 35, 1880, 394 (Kl. Schr. II 384 ).Google Scholar
  26. 30.
    Sui passi di Marziale e Giovenale basti rinviare a Friedländer, Sittengesch. I10 160 e note 13 sg.Google Scholar
  27. 31.
    Così ora, dopo altri, Mauriz Schuster in RE. VIII A 1707, 62 sgg.Google Scholar

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© Springer Fachmedien Wiesbaden 1959

Authors and Affiliations

  • Scevola Mariotti

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